Alla ricerca del nuovo Maradona

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Il gol del secolo – maradona serie a calciatori

Stadio Azteca, Città del Messico, domenica 22 giugno 1986: uno di quei giorni che cambiano il corso degli eventi. Argentina-Inghilterra è ben più di un quarto di finale della Coppa del Mondo, è la rivincita della corrida del ’66 e soprattutto la prosecuzione sportiva dell’assurda guerra delle Malvinas di neanche 4 anni prima. Ecco perché Diego Armando Maradona chiamerà “la mano de dios” quella con cui sblocca il risultato, ecco perché pochi minuti dopo terrà in apnea il telecronista Victor Hugo Morales, i tifosi argentini e gli appassionati di tutto il mondo con i 12 secondi più travolgenti della storia del calcio.

 

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Maradona nell’album Panini Mexico 86 – maradona serie a calciatori

Alla ricerca di un nuovo Maradona

Da quel giorno, dal giorno del gol del secolo, nulla è stato più come prima. Tutti i volti del Pibe de Oro hanno costituito la stella polare di un popolo intero e il macigno sulle spalle di ogni giovanotto talentuoso che si sia affacciato alla ribalta del pallone. Semplici promesse, giocatori normali, meteore, in qualche caso anche campioni, tutti costretti senza speranza a inseguire la chimera di essere “il nuovo Maradona”. Il più lusinghiero dei paragoni, la più insostenibile delle responsabilità. Pensate per esempio a chi quell’aura la percepiva tra le mura della stessa umile casetta a villa fiorito, sobborgo di Baires, e portando lo stesso cognome, ingombrante fin dagli inizi. Quando nel 1979 la tv argentina va a parlare col 13enne Raul e con Hugo, di 3 anni più piccolo, si imbatte in due chicos timidissimi, che raccontano la gioia di avere un fratellone già così famoso. Con la saggia innocenza di quell’età uno dei due dirà “non sogno nemmeno di diventare come mi hermano, è impossibile”. Poi però con gli anni i due tenteranno davvero, grazie all’appoggio incondizionato di Diego. Ma gli esiti saranno disastrosi.

I fratellini

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Hugo Maradona con la maglia dell’Ascoli – maradona serie a calciatori

In Italia si ricorda tra gli sghignazzi il passaggio di Hugo Hernan Maradona, classe 1969. Maglia bianconera dell’Ascoli dall’album Panini ’87-‘88, destro di piede, Diego costringe il Napoli ad acquistarlo e parcheggiarlo nelle Marche (dopo che Pisa e Pescara hanno rifiutato). Mister Castagner prova a dargli fiducia (il ragazzo ha una manciata di presenze e un gol nell’Argentinos Juniors), lo mette in campo 3 volte da titolare, poi lo piazza in panchina, alla fine si arrende. Il linguacciuto Huguito detto “el turco” lancia proclami a mezzo stampa ma non ha voglia di soffrire e, ovviamente, neanche una stilla della magia del Maradona originale, che pure dopo una sua doppietta al mondiale under 16 aveva assicurato “diventerà più forte di me”. Una sentenza al contrario, dopo la quale arriverà una carriera girovaga e senza gloria tra Spagna, Austria, Venezuela, Giappone e Canada. La stessa traiettoria di Raul Alfredo detto Lalo, classe 1966 e naturalmente fantasista come i due fratelli, attrazione non protagonista in vari, improbabili campionati. L’intercessione di Diego gli permetterà addirittura di giocare 3 partite con la maglia del Boca (compreso un Superclasico in Libertadores) nonché una surreale amichevole nel novembre dell’87, Malaga-Malmoe di cui purtroppo non esistono immagini, in cui tutti e 3 i Maradona vestono il biancorosso degli spagnoli, squadra in cui (non giocava) il buon Raul. Senza la gloria ma con tutti gli agi di cotanto cognome, oggi Hugo collabora con una scuola calcio del napoletano, mentre Lalo si arrabatta in patria con comparsate televisive. A metà anni ’90 avevano guidato in tandem l’attacco del Fukuoka nella B giapponese.

Gli altri

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Claudio Borghi nell’album Panini Mexico 86 – maradona serie a calciatori

Ma la storia racconta che non è necessario chiamarsi Maradona per essere schiacciati dal paragone, anche in presenza di effettive doti tecniche. Il primo nuovo Diego in ordine cronologico aveva avuto due investiture pesanti. Claudio Borghi, classe 1964, dura infanzia da orfano, incantava da ragazzino nell’Argentinos Juniors, dove Diego era esploso. La sua grande prestazione nell’Intercontinentale dell’ 85 persa contro la Juve portò le roi Platini a definirlo “un Picasso del pallone” e Silvio Berlusconi, di lì a poco neoproprietario del Milan, a invaghirsi calcisticamente di lui. L’indio dal piede educatissimo arriva in rossonero e vince il Mundialito ’87 ma deve andare in prestito a Como perché in rosa ci sono già Gullit e Van Basten. L’anno dopo c’è l’apertura al terzo straniero ma Sacchi, che col ragazzo litiga a ogni allenamento, convince faticosamente il patron ad occupare la casella con Rijkaard. La storia della squadra euromondiale gli darà ampiamente ragione. L’esperienza italiana di Borghi si chiude con zero gol in una manciata di partite a Como, zero presenze ufficiali nel Milan, e un rimpatrio che lo porterà ad avere nulla più che una discreta carriera tra Argentina e Cile. Meglio quella da allenatore, sempre nel paese andino.

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Mohammed, Batistuta e Latorre in maglia viola – maradona serie a calciatori

I calciofili fiorentini ricordano una foto di inizio anni ’90 che è un po’un Gronchi Rosa del pallone. Ci sono da una parte il biondo Antonio Mohamed, che non arriverà mai in riva all’Arno, dall’altra un semisconosciuto Gabriel Batistuta, di cui è superfluo aggiungere alcunché, e in mezzo quello forte davvero, il fantasista Latorre. O meglio, quello su cui tutti alla Bombonera scommettevano ad occhi chiusi. Intanto perché si chiama Diego, poi perché col suo destro magico incanta e vince titoli nel Boca, poi perché nella vittoriosa Coppa America ’91 ha fatto diventare Bati capocannoniere a suon di assist. Ma a Firenze Latorre è una meteora: nella stagione della clamorosa retrocessione in B colleziona la miseria di due spezzoni per un totale di 18’ giocati. Le restrizioni sugli stranieri e la scarsa mobilità in campo lo costringono all’esilio in Spagna prima di un soddisfacente ritorno al Boca. Non certo un Maradona, ma neanche il bidone visto da noi.

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Ariel Ortega con la maglia della Sampdoria – maradona serie a calciatori

La serie A si è goduta, anche se solo a sprazzi, le gesta e gli eccessi di uno dei più credibili nuovi Maradona. Ma il destino di Ariel Ortega, classe 1974 e trascorsi nostrani tra Samp e Parma, era in quel soprannome “el burrito”, asinello, che lo ha portato a sperperare un talento finissimo. Un dieci geniale, idolo del River Plate a più riprese, che con l’albiceleste ha disputato ben 3 mondiali, il primo in America proprio da vice Diego, l’ultimo da comparsa in asia come tutta la squadra, il secondo da protagonista in tutti i sensi: in Francia Ortega è un trascinatore, segna due gol ma ai quarti contro l’Olanda perde la trebisonda e  abbatte il portiere Van der Sar con una testata, decretando con quell’espulsione l’eliminazione dei suoi. Più del fantasma del pibe saranno i vizi privati, alcol in primis, a negargli il 4°mondiale e un posto nella storia che le sue doti avrebbero meritato.

E se un altro pilastro del River anni ’90, Marcelo Gallardo detto “el muneco”, il bambolotto, classe 1976, farà una dignitosissima carriera anche in europa arretrando il proprio raggio d’azione dopo gli inizi da trequartista, la ricerca del nuovo Diego a volte è passata anche per semplici suggestioni. È il caso del “canho” Ibagaza, altro classe ’76, che si era rivelato nel Lanus (il barrio dei Maradona) e che al supremo pibe somigliava molto somaticamente. Pupillo di Hector Cuper e protagonista del vittorioso mondiale under 20 del ‘95, non ha mai giocato in nazionale maggiore nonostante una carriera più che onesta nella Liga e un crepuscolo a suon di scudetti in Grecia.

Eredi tecnicamente molto credibili in gioventù sono stati considerati Aimar e Saviola, entrambi scuola River. Pablo Aimar, classe 1979, detto “el payaso” o “el mago” è appena tornato a vestire il biancorosso dei millionarios dopo una dimenticabile parentesi in Malesia. I fasti europei (soprattutto Valencia inizio anni 2000 poi Saragozza e Benfica) sono ormai lontani per questo sublime dribblatore e assistman, leggerino nel fisico e nel carattere, che ha però messo insieme un palmares di tutto rispetto, vincendo 7 scudetti tra Argentina, Spagna e Portogallo, più una Libertadores, una coppa Uefa e una Supercoppa europea, oltre a vestire  52 volte la maglia della nazionale (e aver vinto un mondiale Under 20).

Forse ancor di più che sull’elegantissimo Aimar le aspettative di tecnici e appassionati si erano concentrate su Javier Saviola, classe 1981. Veloce, tecnico e freddo sottoporta, aveva esordito minorenne segnando come un dannato e quando nel 2001 il Barca l’aveva preso a suon di milioni il suo soprannome da “conejo”, per via della dentatura adolescenziale era diventato “el pibito”. Talmente maradoniano che Diego in persona aveva avallato l’investitura. In blaugrana inizia giocando e segnando, poi l’avvento dei mister olandesi Van Gaal e Rijkaard lo emargina dando il via a una girandola di prestiti che si conclude con l’approdo al Real a parametro zero. Ma anche alla casa blanca gioca (e dura poco). Lo scarso impiego gli costa uno score in nazionale di 11 gol in una quarantina di presenze. I pellegrinaggi successivi in giro per l’Europa tra Spagna, Portogallo e Grecia lo portano pochi mesi fa a Verona, tristemente da comparsa per il Maradonino che sembrava.

Coetaneo di Saviola e promessa ancor più mancata è Andres D’Alessandro, che da ragazzino in coppia con Cavenaghi faceva sognare i tifosi del River. La specialità della casa, quel dribbling circense chiamato “la boba” fece esclamare a Diego “mi somiglia davvero, è l’unico calciatore che mi diverte guardare”. Ma in Europa, tra Germania, Spagna e Inghilterra, la sua stella non ha mai brillato anche a causa di un carattere non facile. Dal 2008 D’Alessandro si è rifatto una verginità calcistica in Brasile, dove delizia i fan dell’Internacional di Porto Alegre a suon di finte e punizioni chirurgiche ed è stato eletto sudamericano dell’anno nel 2010.

L’ultimo supposto erede in ordine di tempo è stato lo sfortunatissimo Diego (anche lui!) Buonanotte, classe 1988, giocoliere tascabile  di appena un metro e 66. Centrocampista offensivo dotatissimo tecnicamente, è stato l’ultimo grande prodotto del vivaio del River, rivelandosi con la nazionale olimpica vincitrice dell’oro a Pechino 2008. Ma la sua ascesa si è fermata drammaticamente il 26 dicembre del 2009, quando in un incidente stradale persero la vita 3 suoi amici. Buonanotte era alla guida dell’auto, i danni fisici e psicologici di quel trauma non l’hanno più fatto tornare quello di prima, come testimoniano le esperienze incolori a Malaga e in Messico. Oggi gioca in patria, nel Quilmes.

L’unico che dal punto di vista del carisma si è avvicinato all’inarrivabile Maradona ha lasciato il calcio appena un mese e mezzo fa. Lo hanno definito “el ultimo diez”, Juan Roman Riquelme, classe 1978, esordio e ritiro nell’Argentinos. Ma la sua storia è soprattutto la storia dei trionfi recenti del Boca Juniors. “el mudo”, chiamato così per il carattere taciturno e l’indole polemica che lo ha portato allo scontro con gran parte dei suoi allenatori, è stato un idolo della “doce”, campione del mondo per club con Carlos Bianchi, pallone d’oro sudamericano 2001 e protagonista anche in Europa: negativo nel pessimo barca 2002-2003, leader assoluto in seguito nel Villarreal, portato fino alle semifinali di Champions, dove proprio un suo rigore sbagliato contro l’Arsenal spezzò il sogno del sottomarino giallo nel 2006. Il rapporto di amore-odio col mentore Maradona, di cui ha portato degnamente la dieci xeneize per 13 anni in due tappe,gli ha negato il mondiale 2010 anche se in nazionale ha messo comunque insieme 54 presenze con 18 reti e vinto da fuoriquota il torneo olimpico a Pechino. Di lui Jorge Valdano ha scritto: “per andare da un posto all’altro chiunque sceglierebbe un’autostrada e ci impiegherebbe 2 ore. Riquelme no: lui sceglierebbe una strada tortuosa e ce ne metterebbe 6, ma vi riempirebbe gli occhi di paesaggi meravigliosi”. Un’immagine poetica molto azzeccata per uno come Riquelme, che baciava il pallone prima di tirare un calcio di punizione, e lontana dal sensazionalismo un po’ voyeuristico che caratterizza oggi l’incessante ricerca del nuovo Maradona: su Youtube pullulano filmati di anonimi bimbi-funambolo ai quali va solo augurato di divertirsi con la palla trai piedi e non pensare alle etichette scomode.

Ve ne sarete accorti, alla lista dei presunti eredi maradoniani manca un altro microbo-meraviglia. Non uno qualunque. Una pulce, anzi, una pulga. Anche per Leo Messi l’accostamento col semidio è arrivato presto, e l’epopea barcellonista dell’attuale diez ha autorizzato l’apertura del sacrilego dibattito su chi sia il più grande trai due. Il già leggendario bottino di gol e  trofei di Messi lo tiene in piedi, ma in Argentina – nonostante affetto e ammirazione – non c’è discussione: il carisma e l’empatia col popolo di Maradona restano insuperabili. Messi oltretutto ha fallito già 3 appuntamenti mondiali. Il 22 giugno 1986 mancavano ancora 367 giorni alla sua nascita, ma è un giorno che ha segnato anche la sua, di storia. L’unica possibilità che ha di raggiungere l’olimpo del pibe è inventarsi, ma con la maglia numero 10 dell’albiceleste, il gol del nuovo secolo. Ma forse neanche basterà.

Renzo Giannantonio