Serie A 1984-85: l’anno del Verona e del sorteggio integrale

Il Verona del miracolo 1984-85
Il Verona del miracolo 1984-85

Domenica 12 maggio 1985, a Bergamo Preben Larsen-Elkjaer la combina grossa. Al punto che un suo compagno, il centrocampista e futuro medico Volpati dirà: “ci vorrà qualche anno per realizzare davvero cosa abbiamo fatto”.

 

Cos’ha fatto il danese? Ha segnato di sinistro la rete del pareggio per i suoi. Non un gol da cineteca, ma immortale: è il gol che da all’Hellas Verona la certezza matematica del suo storico scudetto. Che sia stato lui a segnarlo non può essere un caso. Preben Elkjaer da Copenaghen, classe 1957, è l’idolo incontrastato dei tifosi gialloblù, il cavallo pazzo della truppa tricolore assemblata da Osvaldo Bagnoli. Attaccante potente e rapido, lo chiamano “guerriero vinkingo” per il carisma e la grinta che mette in campo, mentre i più ironici gli danno del “cenerentolo” da  quando, nell’ottobre dell’ ’84, segna il gol decisivo alla grande Juve di Platini. Scalzo, dopo aver perso lo scarpino in un contrasto con Favero. E neanche questo è un caso, perché Elkjaer è un personaggio fuori dagli schemi: fuma parecchio, anche nell’intervallo delle partite, in gruppo è un compagnone. In gioventù quando un allenatore lo rimprovera per averlo visto in un bar con una bionda e una bottiglia di whisky vuota sul tavolo risponde “niente di più falso, era vodka.” E ormai in Italia quando dichiara alla stampa “passerò alla storia” non si capisce se stia scherzando o ci creda davvero. Sarà la storia stessa a chiarirlo. È uno che se la gode insomma, ma in campo non lo diresti mai. Lotta instancabilmente e colpisce d’opportunismo: nonostante nei 4 anni veronesi non vada mai in doppia cifra quando segna, sono sempre gol pesanti. Nell’estate dei 13 miliardi spesi dal Napoli per Maradona, i due e mezzo versati per lui al Lokeren non fanno certo notizia. Ma nonostante i 5 anni trascorsi in Belgio Elkjaer è uno degli attaccanti più in vista del continente. Protagonista nella Danimarca semifinalista a sorpresa degli europei francesi, arriverà due volte sul podio del Pallone d’Oro (3°nel 1984, 2° l’anno dopo, sempre dietro le roi Platini). Gli infortuni muscolari ne accorciano la carriera, e quando nel 1988 gli scade il contratto col Verona la Roma gli si avvicina con una proposta allettante. La sua risposta gela i giallorossi e lo scolpisce in eterno nei cuori gialloblù.

Ancora oggi che è un affermato commentatore della tv danese, quando torna a Verona per qualche rimpatriata i tifosi gli cantano “Elkjaer sindaco”, con la riconoscenza che si deve al simbolo dell’unico scudetto veramente di provincia nella storia della serie a a girone unico.

Il Verona del miracolo 1984-85

Spesso l’anomalia della stagione ’84-’85 viene frettolosamente spiegata col sorteggio integrale, che poi del tutto integrale non era, essendo gli arbitri divisi per fasce (4 per gruppi di 3 partite effettivamente sorteggiati senza vincoli). Un esperimento in seguito mai più ripetuto. Eppure nonostante il campionato dell’epoca sia sul serio il più bello e difficile del mondo per la presenza delle migliori stelle straniere nelle grandi squadre, il Verona non è totalmente una outsider. Tornato in A un paio d’anni prima si è stabilizzato nei quartieri alti e nell’aria c’è, pur inconfessabile, la voglia di fare qualcosa di grande. Il mercato è stato accorto ma mirato, e la società ha completato la coppia d’oltrefrontiera con Hans Peter Briegel dal Kaiserslautern, che sembra il tedesco delle barzellette: la faccia squadrata, fisico da culturista (in gioventù è stato decatleta) e un italiano da Sturmtruppen. In campo però per gli avversari non c’è nulla da ridere; perché Briegel sa marcare, corre per 3, si inserisce e ama pure concludere in proprio: un concentrato di potenza e eclettismo. Intorno a lui e ad Elkjaer c’è una pattuglia di ex promesse scaricate dalle big, capaci di vivere contemporaneamente il loro anno di grazia: il portiere Garella, bocciato dalla Lazio in gioventù, perennemente in lotta con la bilancia e con uno stile che inorridisce i puristi, diventa una saracinesca, “Garellik”; il pelato Pierino Fanna, un’ala destra tutta guizzi che nelle metropoli si deprime e in provincia si esalta; Nanu Galderisi, il centravanti tascabile biscudettato alla juve appena 18enne e poi desaparecido, che ha in canna 11 gol fondamentali; il regista Antonio Di Gennaro, direttore d’orchestra lucido e di gran classe cresciuto alla scuola di Antognoni e infine il leader del gruppo, capitan Roberto Tricella, un libero classico con licenza di sganciarsi svezzato dall’Inter con una sola, enorme, sfortuna sportiva: essere contemporaneo dei totem Scirea e Baresi. E in più i comprimari di lusso Volpati, Marangon, Bruni, Silvano Fontolan, Ferroni.

C’è forza, classe, voglia di riscatto e di stupire: ma per fare di questi ingredienti una formula magica, addirittura vincente ci vuole un mago. E c’è, in effetti. È Osvaldo Bagnoli, il mister, e lo chiamano il mago della Bovisa. Questo Verona se l’è cresciuto passo passo dalla B, resistendo sempre alle cessioni dei pezzi pregiati. Parla poco, l’Osvaldo, ma lavora tantissimo , responsabilizza il gruppo e lo difende dagli attacchi esterni. Sul campo  butta giù un calcio concreto e moderno, obiettivo andare in porta con 3 passaggi. Nemico delle effimere mode pallonare e della ribalta, sintetizza la sua filosofia ripendo spesso ai suo “el tersin fassa el tersin”, eppure, per dirne una, è proprio lui a trasformare Briegel da terzinaccio in centrocampista a tutto campo.

La corsa inizia al Bentegodi (che vanterà oltre 40mila  spettatori di media stagionale) il 16 settembre 1984, quando gli occhi del mondo intero sono puntati sull’esordio italiano di sua maestà Diego Maradona: a Bagnoli che gli chiede se se la sente di marcarlo il serafico Briegel risponde “l’ho già fatto”. Sembra una spacconata per farsi coraggio, invece lo cancellerà dal campo, e andrà addirittura a sbloccare il risultato: Verona batte il Napoli 3-1 e il volo può cominciare. In testa la classifica è corta, ma l’Hellas resta lassù, imbattuto fino all’ultima giornata del girone d’andata, quando perde in formazione rimaneggiata ad Avellino conquistando comunque il titolo di campione d’inverno. L’Inter di Rummenigge però si è fatta sotto e aggancia gli scaligeri in vetta. Il 10 febbraio a Udine i gialloblù vanno avanti 3-0 in 20’ (Briegel, Galderisi, Elkjaer), poi si bloccano e vengono raggiunti dai friulani ispirati dalle magie di Zico. Fanna si fa male ed esce. Sembrano i segnali di un brusco risveglio dal sogno. Ma non è così. In 3’ ancora Briegel e ancora Elkjaer vanno in gol, a conservare ci pensa Garella. Finisce 3-5. È lo scatto psicologico definitivo nello spogliatoio veronese. E per gli altri il segnale che la banda gialloblù fa proprio sul serio. Una settimana dopo lo scontro diretto con l’Inter finisce 1-1. Per la concorrenza è troppo tardi per correre ai ripari. I nerazzurri rallentano, il Torino si avvicina, ma non abbastanza. Alle 17:45 di quella domenica 12 maggio 1985 con una giornata di anticipo sul termine del campionato è il brumana di bergamo invaso da 10mila sostenitori veneti a ospitare l’apoteosi gialloblù .

Un’apoteosi che proseguirà da quel momento e per settimane da piazza Brà per tutte le vie di Verona. Prima i neocampioni hanno rifinito l’opera battendo l’Avellino in un Bentegodi in delirio tricolore. Squadra e tifosi festeggiano, mentre il cassiere piange. Perché? Perché la squadra non aveva un premio scudetto fissato, ma aveva concordato a inizio stagione una serie di riconoscimenti basati sui punti conquistati, a scaglioni. L’ultimo oltre quota 42, superata proprio con quel successo tecnicamente inutile.

Anche questi dettagli fanno capire che è il trionfo di un gruppo d’acciaio, l’unico scudetto davvero provinciale (cioè vinto fuori dai capoluoghi) nella storia del nostro calcio. È successo giusto 30 anni fa, ma sembra passato un secolo dall’era in cui scorrazzavano il panzer Briegel e cavallopazzo Elkjaer. L’epoca in cui l’Hellas Verona poteva sognare di diventare campione d’italia. E riuscirci davvero.

Renzo Giannantonio